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Fate qualcosa

Pensare con le mani: pensieri ed esortazioni di Ugo Malossi

Uno si immagina il grande capo d’industria intento a dare ordini seduto, di spalle, su una poltrona di pelle umana, con l’Havana sempre acceso e un gatto sulle gambe. Ci si immagina un’entità astratta, ché il suo nome è niente di meno che un marchio impresso nell’immaginario di generazioni di maschiacci, e che quindi chissà se esiste davvero.
Poi ti capita di incontrarlo in officina, e capisci che esiste eccome, ed è lontano anni luce da ogni cliché. Lo trovi con le mani unte tutto intento a smontare un cuscinetto, una cosa piccola, insignificante. Eppure.

Eppure, è a forza di cosine insignificanti come questa, che Ugo Malossi ha costruito il suo regno un pezzettino alla volta, da quando – aveva quindici anni – incominciò a bazzicare l’officina di suo padre, meccanico di biciclette.

Per lui il futuro è sempre stato uno stato mentale, fatto di fame insaziabile e sana follia, e a quasi novant’anni (nel 2019, anno di questa intervista) passa le sue giornate in azienda curando gli acquisti, e non smette di pensare a come potrà crescere il business, di progettare nuovi componenti di questa storia gloriosa, di mettere le mani su qualche pezzo. Di lavorare.

Come pensa che evolverà il mercato del ciclomotore – gli chiedo – avendo in mente i dati che descrivono un mercato che tiene, nonostante tutto. “C’è grande confusione” dice “da un lato è prematuro immaginare un avvento dell’elettrico in grado di sostituire il termico, anche se pesano le scelte politiche”. Già, quelle politiche che oggi sono invocate da ogni parte e che però faticano ad abbracciare idee chiare, essendo condannate ad essere sempre solo ideologiche. È possibile che nei centri urbani siano banditi un po’ ovunque i motori a scoppio, ma d’altronde “già ai miei tempi i motorini erano cosa da gente di periferia”.

Prometeo dei nostri giorni, Ugo Malossi non ha paura di ciò che il futuro riserverà alla sua creatura, essendo stato abituato a crearlo, il futuro, senza aspettare di doverlo subire.
Innovation without permission, direbbe qualcuno.

Il mondo in cui viviamo, che uno poi lo chiama come gli pare – Creato, natura, ambiente, mondo – è troppo bello e grande per non contenere opportunità per tutti. “Io dico sempre che questo è il paradiso terrestre” continua, “e l’uomo trova il suo centro in questo mondo con le mani, dando forma ai pensieri e alle sue ambizioni, con il lavoro”.

Il lavoro al centro di tutto. Il lavoro come mantra, come un imperativo categorico. Sì, perché ciò che il lavoro ha da insegnarci è che esiste ancora uno spazio per realizzare i propri sogni senza disperdere le capacità, troppo spesso atrofizzate dall’automazione. E che il progresso è cosa buona e giusta, ma bisogna essere preparati. Il consiglio per i lettori di Miscela suona come una preghiera laica: “auguro di trovare una passione da sviluppare insieme, tra padri e figli, perché non c’è niente di meglio che fare un lavoro che soddisfa e che ci fa sentire utili”. Fate qualcosa, qualsiasi cosa, il Senso verrà da sé.