WINTER CAMP: LA NEVE, IL SALTO DELLA MARMOTTA ED UNA EMOZIONE CHE DURERA’ TUTTA LA VITA

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Henry, come ti è venuta in mente l’idea del Malossi Winter Camp? 

Probabilmente dovrei rispondere a questa domanda con qualcosa di professionale, magari anche spiegando ed inventando cose, studi e cose varie che spieghino il successo di questa scommessa. Invece no, non mi vergogno affatto di dire che il Malossi Camp è nato a caso, in riunione con i Malossi.  Mi piaceva l’idea di giovani, mani sporche e quel clima da “cortile” di trent’anni fa. In sostanza in quei 400 chilometri di viaggio per andare a quella famosa riunione, ho pensato al camp. Ma Henry cambia idea ogni secondo. Al secondo autogrill stavo per abbandonare l’idea, convinto del poco successo. Dopo una mattinata di riunione avevamo già creato il nome, il format e la data della prima edizione. Ora ci stiamo evolvendo, seguiteci perché ne combineremo delle belle!

Cosa pensi dei ragazzi che hanno partecipato?

Uh i ragazzi sono spettacolari. Ovvio, c’è quello un po’ più timido degli altri, quello che non sa avvitare o svitare, quello che lancia le chiavi in mezzo al bosco e quello che non scende dal motorino fino a domenica sera. Ne abbiamo di tutte le tipologie, è davvero una cosa che amo del Camp. Vengono sempre da qualsiasi parte d’Italia, poi ogni volta portano soppresse, formaggi, pani e cose tipiche. Dietro la meccanica e la corsa, c’è anche un po’ di cultura generale. Solitamente finisce che il Bresciano insulta il Toscano parlando in veneto. È adorabile, dovreste provare a vivere questi momenti insieme a noi. Giuro che la prossima volta cercherò di documentare anche questo, oltre alla parte del montaggio delle marmitte.

Qual è stata la cosa più difficile durante lo svolgimento?

Probabilmente gestire i ragazzi e allestire il camp. Da quello che si vede in un semplice video, tutta la fatica, le rastrellate e le ore con il decespugliatore non si vedono. D’altronde è come un teatro o un concerto, prima è un banale ed anonimo piazzale, poi è magia. Per i ragazzi invece, una volta che carichi le batterie al megafono e li minacci di buttare zucchero nel serbatoio, si placano. Scherzo, con i ragazzi c’è un sacco di collaborazione, magnifici anche se cambiando ad ogni manifestazione, devi instaurare con loro sempre un rapporto che parte da zero.

Il ricordo più forte che ti porti a casa?

Probabilmente vale per ogni edizione e per ogni ragazzo; vederli arrivare con un motorino pronto per essere portato in discarica e con la frizione in mano, lavorarci due giorni ed ottenere un mezzo da vetrina è la cosa più soddisfacente. Probabilmente la associo ad un sorriso o ad una crosta sulle ginocchia dei ragazzi che vanno e vengono in questo nuovo mondo chiamato Camp.

Cosa hai in mente ora?

Ora io e la grande famiglia Malossi, abbiamo in mente un sacco di progetti che vi andremo a svelare nell’arco dell’anno. Per ora posso dirvi che mi sto avvicinando anche al mondo degli scooter e che per qualche weekend mi toccherà trafficare con le ruote piccole, con le cose di plastica e più veloci. Però prometto di fare divertire ancora un mucchio di ragazzi con quei cosi che non hanno un nome definito, fatti di ferro e ruote a raggi. Nel frattempo ritaglierò qualche periodo di viaggio per portare avanti il mio grande giro del mondo in Ciao.

Che cosa rappresenta per te lo scooter?

In realtà ora mi sono regalato uno Zip, ma prima per me lo scooter era un veicolo con un motore che usavo per andare scuola. Avevo un Kymco Agility: andava sempre e ovunque. Gli scooter hanno forse meno fascino di un Ciao, di una Vespa o di un qualcosa di classico: però vanno sempre. Ogni volta che uso qualcosa che abbia il serbatoio di ferro, non so come torno a casa. Quando mi va bene ci torno in impennata passando dai campi, quando mi va male… torno a spinta.

 

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